«Le case dei contadini»
di Roberto Grillini - dal libro L'Epoca dei "Costora"

                

     Le abitazioni dei contadini, specialmente quelle messe a loro disposizione dai padroni, erano per lo più abituri, dove le condizioni igieniche e sanitarie erano molto spesso precarie nonostante l'avvio, negli anni trenta, d'una politica di risanamento. Se ci riportiamo al lontano passato, il Marcoaldi parla addirittura di "tane, comuni col bruto, insalubri, anguste, sudicie, scarse di aria e di luce, soprastanti alle stalle, infettate da pestifere esalazioni di verdastre acque stagnanti e di letami, prossimamente ad essi accumulate". L'aria corrotta della stalla e dei letamai, ideale richiamo di mosche e d'insetti nocivi, si espandeva in molte delle case coloniche anche alla mia epoca. I pavimenti consunti e sconnessi del piano terra, specialmente quelli della cucina dove si appendevano salami, "sponse" di lardo, ventresche, lonze e prosciutti per l'asciugatura e l'affumicatura, erano sempre lordati di grassi, imbevuti di miasmi e intrisi di polveri impastate dall'umidità di impossibile rimozione, mentre le pareti non lasciavano intravedere le macchie d'umidità e di muffe, tanto erano annerite dal fumo che circolava in tutte le stanze in diretta comunicazione con la cucina.

     La stanza più importante della casa contadina era sicuramente la grande cucina percorsa da grosse travi grezze malamente squadrate con appesi, molto frequentemente, i nastri moschicidi. Era umilmente arredata da una madia per fare e per conservare il pane della settimana, da una credenza, da un tavolino che, benché occupasse mezza stanza, era sempre insufficiente a contenere tutti i componenti della famiglia, da tante rustiche sedie grossolanamente impagliate e per lo più sgangherate dalla immancabile panca fiancheggiante il camino sotto la quale si rifugiavano durante l'inverno, il gatto e il cane che stringevano un accordo di tregua quando non avevano a che fare con ossa o tozzi di pane raffermo. Poche stanze affiancate o poste al piano superiore, il più delle volte ubicate nel sottotetto sconnesso, rifugio di topi e quasi sempre tappezzato di tele di ragno, dietro alle cui porte venivano appesi ai chiodi i vestiti, mentre la biancheria, profumata con le spighe di lavanda o con altre essenze vegetali, veniva accuratamente piegata e protetta dentro apposite cassapanche.

     Nelle lunghe serate d'inverno la lucerna, appesa al basso soffitto, distribuiva nell'aria corrotta i vapori puzzolenti dell'olio rancido o dell'acetilene o del petrolio e sotto di essa le donne della famiglia si accecavano a svolgere il filo della conocchia o a fare altri lavori, mentre i bimbi, mocciosi, seminudi e cenciosi, si addormentavano nei toro giacigli o assimilavano le chiacchiere, quasi sempre deleterie per i loro immaturi intelletti.

     Gli uomini, che d'estate dormivano spesso nelle capanne e d'inverno nella stalla, respiravano la stessa aria corrotta delle vacche, dei buoi, dell'asino o di altri animali, maiale compreso. Le topaie sottotetto toccavano sempre alle fanciulle e agli scapoli, dove d'estate bollivano dal caldo e d'inverno gelavano dal freddo.

     Come potevano chiamarsi "case" quei ricoveri così strutturati, tipici dell'Alta valle, dove i contadini dovevano consumare il dramma della loro vita? Nei villaggi rurali o frazioni del comprensorio appenninico non c'era meno miseria abitativa. Rammento che in ogni casa, spesso con un solo uscio e piccole finestre, prendevano alloggio persone e animali. L'asino era una necessità motrice e gli animali da cortile e le pecore dovevano contribuire alla sopravvivenza. Le deiezioni animali, che impregnavano le strade e l'aria, erano sparse ovunque, mentre i letamai si trovavano perfino addossati alle case. Oggi il paesaggio è completamente cambiato. Tante di quelle abitazioni precarie sono state risanate, restaurate e abbellite e le strade, per la maggior parte asfaltate, sono sempre pulite e curate.

Le case contadine non erano tutte uguali. In ogni regione e in ogni zona si distinguevano strutture architettoniche diverse, sia per dimensione che per materiali, ma anche per destinazione. Chiaramente, come si può ancora notare, le case costruite dal contadino proprietario o dall'emigrante tornato con i sudati risparmi, erano diverse da quelle costruite per la destinazione mezzadrile. Le prime erano più salubri e funzionali, le seconde erano concepite come semplici ripari per le bestie e per il contadino, per il quale, nel lontano passato, non sussistevano differenze di vita e di lavoro. In base alla dislocazione c'erano case isolate o sparpagliate sui poderi destinate ad ogni unità agricola, lontano dal mondo non senza una ragione e nuclei di casali, alcuni tipici anche nel nostro Appennino. Alcuni fabbricati si sviluppavano in altezza ma la maggior parte in larghezza, con uno o due piani, tutti destinati non soltanto ad ospitare la famiglia coltivatrice, ma anche il bestiame che fungeva, tra l'altro, da fonte di riscaldamento invernale, nonché i raccolti e gli attrezzi. Questi tipi di abitazioni si ritrovano ovunque nel territorio fabrianese e appenninico in genere. Gli annessi, come il pollaio, la porcilaia, il pozzo e il forno per cuocere il pane, di solito costruito sotto la loggetta, trovavano spazio nel perimetro dell'aia sulla quale si operava la prima lavorazione dei raccolti. Anche la capanna, laddove il fieno non veniva radunato e conservato in cumulo a forma di pagliaio, come per la paglia di frumento, veniva costruita nelle immediate vicinanze della stalla con travi in legno e rivestimento vegetale oppure con semplici colonne e tettoia. Nelle povere case di montagna, dove la stalla per i bovini doveva essere necessariamente il locale più grande, si assisteva al fenomeno della costruzione attorno ad essa di una serie di capanne e capannelle con muri a secco o materiali vegetali sia per i foraggi che per il ricovero del maiale e degli animali da cortile. A volte, come afferma il rev. Massei, il "tugurio" era talmente angusto da impedire alla famiglia di crescere e moltiplicare per la mancanza di "un angolo per deporre la nuova culla". Ma come faceva il contadino proprietario a costruirsi la casa? Giacché la stessa doveva rappresentare il luogo di convergenza di tutte le funzioni dell'azienda agricola, veniva costruita soltanto dopo una attenta analisi degli spazi, del suolo, dell'irraggiamento, delle destinazioni, della sicurezza. Analisi che non le faceva di certo un tecnico (e vediamo quanti falli commette per le costruzioni moderne), ma lo stesso contadino.

     Guai sbagliare. Quando i soldi non ci sono si fa del tutto per non fare errori. Prima di porre la prima pietra il contadino-muratore esaminava attentamente la consistenza del suolo, la presenza degli spazi da coltivare, la possibilità di pascolo e di abbeveraggio del bestiame, la disponibilità o il comodo e facile reperimento dei materiali da costruzione sul posto da adattarsi con un minimo di maestrìa, la salubrità dell'ambiente, la disponibilità idrica, l'esposizione più favorevole, l'assenza di fenomeni naturali negativi, l'ambiente adatto per la conservazione delle derrate e del fieno. La casa doveva essere il centro gravitazionale di tutta l'attività contadina ma, soprattutto, doveva essere organizzata non soltanto come scudo per le intemperie, le razzìe e la stagione improduttiva, ma anche per definire uno spazio chiuso a misura d'uomo, delle sue necessità e della sua attività. Tutte cose che oggi, nella moderna edilizia rurale, non si guardano più.

     Ecco dunque la grande cucina con il focolare come punto nodale di ritrovo della patriarcale famiglia, il magazzino asciutto e arieggiato per la conservazione delle derrate e delle scorte invernali e per la trasformazione dei prodotti zootecnici e frutticoli, le camere con le finestre rimpicciolite per sentire meno freddo, la stalla adeguata a contenere il capitale di conversione, il fienile per assicurare la sopravvivenza invernale al bestiame, il pozzo per l'acqua ove non vi fosse stata una sorgente vicina, il forno per cuocere il pane e perfino il canile per la guardia alla corte. La casa muta fisionomia a seconda dei materiali reperiti nel luogo, secondo i fattori ambientali, secondo le dimensioni dell'azienda e le possibilità economiche del costruttore ed infine secondo l'entità della famiglia. Nel nostro territorio primeggia la pietra rosea o bianca che oggi gli inquinamenti atmosferici hanno reso di colore grigiastro, altrove i tondeggianti ciottoli di fiume oppure l'arenaria. Spesso le pietre sono intercalate da laterizi oppure, nelle case meno povere o meno antiche, i laterizi sono preminenti o totali.

     Il contadino-costruttore, dopo l'individuazione del sito, effettuava per prima cosa, un sondaggio del terreno per assicurarsi della solidità delle fondamenta, poi raccoglieva ed estraeva la pietra nelle cave vicine/ abbatteva gli alberi per ricavarne le travi e le impalcature, cavava la sabbia dal fiume, formava in una nicchia del terreno una specie di fornace per produrre la calce, quindi, con le braccia disponibili di tutta la famiglia, iniziava la costruzione in base ai suoi disegni mentali elaborati nelle notti insonni. I calcoli empirici di staticità e di resistenza di quell'architetto analfabeta erano dettati soltanto dall'esperienza e dalla prudenza senza possibilità di errori.

     Tutte quelle case, nate senza logaritmi, senza esami ed approvazioni degli Uffici tecnici, senza cemento armato, hanno sfidato i secoli e gli sghiribizzi della natura e tante di loro sono ancora in piedi, anche se in parte restaurate con un pizzico di vanità dagli eredi, occupati nell'industria, o trasformate dagli speculatori edilizi per alloggi di vacanza. Eppure ognuna aveva ed ha una storia da raccontare, anzi tante storie, tutte fatte d'una dignitosa povertà. L'uomo dei campi, fra quelle mura arredate con le stesse sue ingegnose mani, conduceva una esistenza cruda ma addolcita dalla libertà e dai tanti sogni che quasi sempre morivano. Là lavorava sodo, ingoiava bocconi amari, era suddito della miseria, soffriva il freddo e la fame, ma aveva anche la forza di sorridere nel piacere delle veglie e degli incontri. Là metteva soprattutto al mondo bambini, tanti bambini dalle gote rosate. Ai nostri giorni l'abitazione rurale assume l'aspetto della villetta miniborghese o di casa tipicamente urbana, sia per configurazione e suddivisione degli interni, che per la funzionalità. Naturalmente ha perso la sua tradizionale destinazione patriarcale per accogliere una famiglia normale ed è costruita con nuove tecniche, nuovi materiali e soluzioni avanzate negli impianti, avendo cura, molto spesso, di mascherare i segni della destinazione rurale. Anche l'ubicazione tiene ora in preminente considerazione la comodità viabile e i rapporti col mondo esterno all'azienda. Occorre tener presente però che non si tiene più in alcun conto della razionalità e della ricchezza di cognizioni della cultura contadina, nè delle strutture agronomiche.

     Il fabbricato agricolo, nelle sue forme funzionali tipiche del fabrianese e di tutto il territorio appenninico, andrebbe salvaguardato in quanto "bene culturale". È comunque un'opera d'arte, anche se di tipo diverso da quella d'un artista che si firma e che si espone in un museo, che merita il salvataggio. Per tutte le case contadine che fanno parte d'un passato scomparso, si dovrebbe adottare una anagrafe come per i patrimoni culturali sparsi e quelle abbandonate dovrebbero essere riportate alle forme originali e destinate ai servizi. Alcuni di questi potrebbero essere i musei tematici per conoscere meglio la storia del territorio e della civiltà contadina che nessuno dovrebbe mai dimenticare perché fa parte delle nostre e delle altrui radici. I Comuni dovrebbero, inoltre, adottare meno burocrazia e andare maggiormente incontro a coloro che adottano idonei sistemi conservativi.